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Di a Da

Con Marco Ottolini
Suono Stefano De Ponti
Luce Alice Colla
Scena Francesca Lombardi e Paola Tintinelli
Aiuto alla drammaturgia Carolina De La Calle Casanova
Testo e regia Elisa Campoverde


In collaborazione con Ritorno al Futuro, MentorIT, CineTeatroAgora’ e Manifattura K.

Finalista Premio per le Arti

LIDIA ANITA PETRONI ’15


Finalista Concorso di Nuova Drammaturgia TAGAD’OFF15

DI A DA sono le prime tre sillabe di quella cantilena che tutti imparano da bambini per mettere ordine tra le preposizioni, quasi giocando.
Tre suoni che racchiudono una relazione ordinata, da Me a te, da mio a tuo, da tuo a un altro, come in un gioco a rincorrersi.

DI A DA è un percorso tra creazione e potere.
Una favola allegorica, sospesa tra corde e fili che sottendono una relazione.
Il protagonista di questo monologo è Me.

Come i Me della mitologia sumera, egli contiene in sé le regole e i precetti della creazione, come un dio decide cos’è vita e cosa morte, costruisce mondi e alleva relazioni.
Solo una legge gli è impartita: la luce è quel posto dove sei.
Con questa frase la madre sancisce un patto di esistenza e sottomissione; il cui testimone è la luce stessa. Un regalo che Me non crea, che non possiede ma che conserva e che lo definisce creatore.
Al gioco della creazione sottende, invisibile, una linea di comando che costringe Me ad un ordine costituito.
Me, solo, inconsapevole ed incosciente, come un bambino sperimenta e inventa fino a dover affrontare il desiderio di voler essere l’unico.
Qui inizia la sua rivoluzione.

Cos’è il potere? Chi lo esercita ne è anche soggetto?
In questa linea di comando, dove si colloca il concetto di responsabilità?
Per eviscerare questo tema abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla rappresentazione apicale del potere e sulla sua prima manifestazione; il divino e la sua creazione.

L’idea di DI A DA nasce alla conclusione di un articolato studio sull’opera di Edgar Lee Masters: «Antologia di Spoon River».
Lo stesso titolo, DI A DA, rimanda ad un percorso, un fiume dove scorrono storie, un incrocio di destini e di vite diverse.
C’è tuttavia un punto che accomuna i protagonisti delle storie di Edgar Lee Masters: il desiderio di riscatto per non essere stati ciò che volevano essere, per non aver scelto, per aver creduto che la responsabilità della scelta non spettasse a loro ma fosse esterna.
Per dirla con le parole dell’autore, sono personaggi che furono in vita “briciole di pane in una vaschetta di pesci rossi”.

Lo spettacolo indaga questa condizione di ‘deresponsabilizzazione’ nei confronti delle nostre stesse esistenze.
La scelta di non mettere in scena noi, in quanto uomini, ma un ipotetico creatore – simbolo di una qualsiasi forma di ordine esterno alla quale ci affidiamo, forza estranea a cui deleghiamo le nostre scelte – ha il duplice obiettivo di mantenere la riflessione scevra da giudizi di valore e di rendere più forte il senso di alienazione dal potere di scegliere per noi stessi, in quanto questo potere non appartiene nemmeno a colui al quale lo deleghiamo.
Nessuno sceglie, dunque, ma ognuno è inconsapevolmente stretto in una catena di azioni e conseguenze, senza che sia data una responsabilità ultima.